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Dal quotidiano “La Stampa” del 29 aprile 2019, riportiamo interessante articolo di Fabio Albanese sul Seminario dei giovani emigrati italiani tenutosi Palermo.

La Carica dei giovani emigrati italiani “Facciamo rete tra le comunità all’estero”

Vogliamo impegnarci per accorciare le distanze tra gli italiani fuori dall’Italia e le istituzioni, con azioni concrete e con l’obiettivo di rendere protagonisti tutti i giovani”, è scritto nella “Carta del Seminario di Palermo”.
Chi l’ha preparata e ora l’ha riposta nel trolley verso casa, è un gruppo di 115 ragazzi under 35, emigrati italiani partiti da pochi anni o di seconda e terza generazione, che per quattro giorni a Palermo ha animato un incontro che assomiglia tanto a una “chiamata alle armi” per affermare la propria italianità, nei Paesi di residenza come pure in quello di origine della famiglia.
A mettere assieme le idee e le esperienze di questi giovani – il 40% tra i “nuovi” emigrati, i “cervelli in fuga”, e il 60% tra gli italiani nati fuori dal Paese – è stato il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) con i 107 Comitati degli italiani all’estero (Comites) e le Consulte regionali per l’emigrazione, dopo un lavoro durato tre anni. “Dovevamo far sentire questi giovani parte del soft power dell’Italia – dice Maria Chiara Prodi che è tra gli organizzatori del Seminario per conto del Cgie – e loro hanno colto questa sfida politica, con competenze tecniche e professionali ma anche con il cuore”.

Comune di Palermo e Regione Sicilia hanno contribuito alla realizzazione del Seminario per il quale non c’erano soldi dallo Stato ma quasi solo autofinanziamento. La “Carta” scritta alla fine del percorso è una sorta di impegno solenne a “fare rete” per rafforzare i legami nelle comunità di italiani all’estero, per chiedere attenzione all’Italia verso i loro problemi ma anche per dare un contributo al rafforzamento di ruolo e immagine dell’Italia nel mondo: “Fino a una generazione fa le comunità di italiani all’estero stavano morendo – dice Letizia Airos, giornalista che vive a New York che è stata la relatrice del Seminario – questo incontro, che ha un solo precedente di una decina di anni fa, risveglia queste comunità”.
Molti dei 115 intendono ora candidarsi ai Comites, alcuni ne fanno già parte, tutti si sentono investiti di una missione: “Hanno già elaborato una dozzina di progetti – racconta Prodi – dal turismo di ritorno al network di italiani all’estero, da come mettere insieme vecchia e nuova emigrazione alla Carta dei principi del cittadino mobile. Altri arriveranno nei prossimi mesi”. Le idee diventeranno presto realizzazioni. Sono stati fissati nuovi incontri e entro luglio i progetti saranno “cantierabili”.
I 115, tutti talenti nelle loro attività professionali, vogliono sentirsi italiani anche a migliaia di chilometri di distanza. A Palermo, nella Sicilia che conosce tutte le sfumature delle parole “emigrazione” e “immigrazione”, hanno trovato il modo di mettere in pratica il vecchio detto “l’unione fa la forza”.


Le testimonianze


RUGGERO ROMANO, REGISTA
Un gruppo di artisti per raccontare il paese”     

“Durante queste giornate abbiamo potuto fare ricerche insieme, stilare una lista di progetti veri. Io sto già lavorando a una rete di artisti che creino eventi e portino l’italianità nel mondo”. Ruggero Romano ha 28 anni e vive a Toronto dal 2016.
 Il papà arriva da Napoli ma lui è originario di Torino, dove ha studiato fino alle Superiori: “Poi ho tentato il grande salto – racconta – sono volato a Vancouver per frequentare il corso di cinematografia per un anno. Quindi ho cominciato a lavorare al mio primo documentario, che racconta degli ultimi che vivono qui, i senzatetto, i poveri, i tossicodipendenti. Nel frattempo, lavavo piatti, facevo caffè, vendevo scarpe. Alla presentazione, il film ha avuto un grande successo e questo ovviamente ti fa tanto piacere e ti spinge ad andare avanti”.
Per Ruggero il seminario di Palermo ha dato “una carica emotiva spettacolare” ai partecipanti, tutti “anime pulite”, dice. “Abbiamo creato un network di persone che ci hanno messo le mani e la faccia, disposte a dedicare tempo e competenze per promuovere il nostro modo di essere, noi stessi, nei luoghi dove viviamo. Penso anzitutto all’ambito delle arti e credo che questo sia la maniera più efficace per condividere l’essenza. Penso proprio che sia così che noi oltrepassiamo muri, barriere, e portiamo nel mondo la sostanza del nostro essere italiani”.

 

ANTONELLA LEVY SFORZA, STUDENTESSA
Vogliamo trasparenza e finanziamenti culturali”   

In italia ci era venuta altre due volte, sempre per studio. Ora ci passerà un intero anno, con un assegno di ricerca all’Università di Chieti. Per Antonella Levy Sforza, 28 anni, italiana del Paraguay, lavorare nel paese della sua famiglia di origine, e ad appena qualche chilometro di distanza dal minuscolo paese di Schiavi d’Abruzzo dove erano nati i sui nonni materni, è quasi un sogno che si avvera: “Io mi sento italiana, la domenica la famiglia si riunisce alla stessa tavola, e parlo di trenta persone, cosa che mi risulta ormai in Italia fanno in pochi. Ma l’Italia dal Paraguay, dove siamo solo il 5% della popolazione, è davvero lontana”.
L’esperienza del Seminario di Palermo l’ha caricata: “Per noi in America latina, avere legami con le istituzioni italiane, anche quelle locali, è difficile. Lo è perfino avere notizie, non c’è nemmeno una pagina web. Avere la possibilità di incidere con cambiamenti positivi nella nostra condizione di italiani di seconda  e terza generazione, mi esalta”. Antonella ha un chiodo fisso, la trasparenza: “Come si fa a votare con schede che non arrivano a casa ma in ambasciata, dove un malintenzionato potrebbe anche modificare il voto o far sparire la scheda? Sappiamo che l’Italia fa tanto per noi che siamo lontani ma, per esempio, ci piacerebbe sapere quanto si spende per la cultura. Ci vogliono bilanci trasparenti. Anche su questo contiamo di lavorare”.

 

MICHELA DI MARCO, ACCOGLIENZA ACLI
Più rappresentanza per chi vive lontano”   

“A Palermo si è creato un gruppo perché ci siamo ritrovati nell’unica comune identità possibile, quella di essere italiani all’estero, con la voglia di mettersi al servizio dell’Italia e non soltanto nei nostri Paesi di residenza”. Michela di Marco ha 31 anni ed è originaria di Montecorvino Rovella, un paese della provincia di Salerno.
Da otto anni vive a Toronto dove è anche presidente del Comiter locale. Lavora per le Acli e per una organizzazione no profit che offre servizi di accoglienza a chiunque arrivi in Canada, dai rifugiati agli emigrati economici. “Dopo gli studi mi sono trasferita qui con un visto vacanza-lavoro – racconta – poi ho fatto un master universitario in Scienze politiche e da lì è cominciata la mia carriera all’estero”.
Al Seminario di Palermo è toccato a lei leggere la “Carta”, a fine lavori: “Credo che spetti a noi giovani adesso occupare le posizioni negli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. Certo, con l’aiuto delle generazioni passate, ma occorre un cambio di passo, e dare voce a chi può fare sentire i bisogni di chi vive lontano dal proprio Paese. Ho parlato con le prime generazioni di  migranti e ho capito che i bisogni sono gli stessi, e partono sempre dalla necessità che in Italia si abbia un maggiore riconoscimento del ruolo dei connazionali che vivono in un altro paese”.


Fonte “Fabio Albanese – La Stampa -“