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Elixir of life: tra centenari e ricette tradizionali della blu zone

Elixir of life: tra centenari e ricette tradizionali della blu zone

Dal quotidiano on line “La Nuova Sardegna.it” del 27 settembre 2019, riportiamo l’articolo di Giusy Ferreli sul progetto di Jennifer Cauli, emigrata sarda che ha partecipato al progetto del Crei Acli Sardegna  “Talent In Sardinia”

Cibo e Centenari in un libro fotografico, il progetto di Jennifer Cauli: in tour alla ricerca di ricette e “nonnini”

Londra – Ogliastra e ritorno. Una giovane fotografa di origini sarde ma che ha trascorso la sua vita tra Germania, Toscana e Inghilterra è tornata nell’isola per il progetto Acli contro lo spopolamento denominato “Brains to Sardinia”. Da qualche giorno Jennifer Cauli, nata a Muravera 35 anni fa, con la sua inseparabile macchina fotografica sta girando per i paesi ogliastrini alla ricerca di centenari e ricette tradizionali. Laurea in architettura all’università di Firenze e specializzazione in fotografia, da qualche anno si è trasferita nella capitale inglese dove lavora come “food photographer” ma ha colto al balzo l’occasione offerto dal bando del Crei (comitato regionale emigrazione e immigrazione delle Acli) per realizzare un progetto al quale tiene tantissimo: il libro fotografico “The elixir of life”. «Nel mio libro – sottolinea Jennifer – , che verrà pubblicato con testi in inglese, documenterò il connubio tra longevità e cibo».

Un binomio vincente se si considera che l’alimentazione viene ritenuta dagli esperti uno dei fattori alla base della longevità e che porterà alla ribalta del pubblico britannico non solo i tantissimi centenari che vivono nella Blue zone ma anche i piatti di cui si cibano.

«Sono all’inizio ma – dice – posso dire che sto vivendo una bellissima esperienza, a confronto con i centenari ogliastrini e con i produttori locali, che mi ha permesso, tra l’altro, di scoprire le mie radici». In questi giorni Jennifer ha avuto il suo bel daffare: tra una tappa a Villagrande Strisaili (paese che detiene il primato mondiale della longevità maschile), dove ha potuto fotografare la produzione dei “culurgiones”, e un salto a Seulo, dove invece ha intervistato zia Lillina, la nonnina del paese che va per i cento anni, la giovane donna ha realizzato migliaia di scatti. Resterà in Ogliastra sino al 5 ottobre, tra produttori di formaggi, miele, dolci e pasta e arzilli nonnini, per lavorare al progetto.

Un progetto che, con il contributo della Fondazione di Sardegna, è volto a contrastare la “fuga dei cervelli” e favorire il rientro di coloro che, spesso a malincuore, hanno lasciato la propria terra. «Jennifer assieme ad altri due giovani, Augustin e Paola è tra i primi partecipanti a questa iniziativa. L’obiettivo principale dell’iniziativa è gettare un ponte, ripristinare il contatto di questi giovani con la loro terra, in modo da valorizzare il capitale umano e trasformarlo in un volano per lo sviluppo della Sardegna» spiega il presidente del Crei Mauro Carta.

Fonte Giusy Ferreli – La Nuova Sardegna

 

Decreto Crescita: tasse ridotte per chi torna in Sardegna

Decreto Crescita: tasse ridotte per chi torna in Sardegna

Riportiamo l’articolo di Matteo Mascia pubblicato su “L’Unione Sarda” del  20 agosto 2019

Decreto Crescita: l’abbattimento fiscale sarà più alto per gli immigrati con figlia a carico

Esenzione fino al 90% se i residenti all’estero scelgono di rientrare

Non solo Maro Balotelli e vip. La nuova norma sul “rientro dei cervelli” coinvolge anche i sardi residenti all’estero: per loro i vantaggi sono molto più pesanti di quelli riservati ai calciatori.

Il Decreto Crescita recentemente convertito in legge prevede infatti che venga tassato solo il 50% del reddito imponibile degli sportivi residenti all’estero nei due anni precedenti. Opportunità colta al balzo dal patron del Brescia Massimo Cellino: l’imprenditore di Sanluri ha proposto a Balotelli un ingaggio con carico fiscale light. Il decreto è in vigore dal 29 giugno ma la piena operatività scatterà dal 1° gennaio: i sardi hanno quindi tutto il tempo per sondare il mercato del lavoro e organizzare il rientro.

Il Meccanismo

Francesca Solinas, tributarista di Solarussa dello studio Martinez – Tirabaci di Milano, declina l’impatto della novità normativa per i sardi residenti all’estero: “Chi torna nell’isola può godere di un esenzione che sale al 90%. Di conseguenza, il reddito prodotto in Italia concorre limitatamente al 10%. A differenza di quanto accadeva in passato non è necessario essere iscritti all’Aire. Basterà essere in grado di dimostrare di aver vissuto fuori dall’Italia per due anni. Occorre impegnarsi a risiedere in Italia per almeno due anni e in presenza di un figlio minore a carico si potrà usufruire del taglio Irpef per altri 5 anni”” Incentivi anche per chi si mette in proprio: “l’abbattimento fiscale sarà però solo del 50% dell’imponibile e si dovranno rispettare vincoli più stringenti”.

Punti deboli

Le norme per favorire il rientro degli emigrati non sono una novità. Nel corso degli anni si sono succedute diverse regole che hanno finito per confondere il quadro di riferimento. Michele, quadro sardo di un istituto di credito italiano con alle spalle diversi anni in una banca d’affari statunitense, evidenzia alcuni punti deboli: “Il decreto crescita lascia fuori chi aveva già usufruito dei vecchi incentivi. I nuovi rimpatriati avranno benefici molto superiori rispetto a me che sono rientrato in Italia nel 2017. Questo non favorirà per niente la permanenza dei contribuenti con un profilo spendibile oltre i confini nazionali. Non escludo quindi di tornare all’estero”.

Fonte “Matteo Mascia – L’Unione Sarda”

In Venezuela 350 sardi. Acli: “Riportiamoli a casa”

In Venezuela 350 sardi. Acli: “Riportiamoli a casa”

Riportiamo l’articolo di Claudio Zoccheddu pubblicato su “La Nuova Sardegna” del  08 luglio 2019 sulla situazione dei sardi residenti in Venezuela, in seguito all’iniziativa di raccolti fondi da parte del Crei Acli Sardegna.

Sempre più grave la situazione nella nazione ormai sull’orlo di una della guerra civile. L’associazione ha aperto un conto corrente per finanziare i rimpatri immediati.

La situazione è drammatica e sembra destinata a peggiorare. Il Venezuela è una nazione allo sbando da cui arrivano pochissime informazioni e tutte molto preoccupanti. Per questo motivo il comitato regionale emigrazione – immigrazione delle Acli sta programmando i primi rimpatri degli emigrati sardi in Venezuela che hanno chiesto aiuto direttamente all’associazione. Per farlo, però, serve denaro e quindi è iniziata una raccolta di contributi a cui è possibile contribuire attraverso un conto corrente dedicato.

La Situazione

Le ultime testimonianze provenienti dal Sudamerica parlano di Iperinflazione, difficoltà nell’accedere ai beni di prima necessità e di uno scontro sempre più acceso tra i sostenitori del presidente Nicolas Maduro e quelli dell’opposizione guidata da Juan Guidò. Una situazione confermata dall’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Michelle Bachelet, e condensata in una dichiarazione rilasciata davanti alla sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra. Secondo Michelle Bachelet ” le principali istituzioni e lo stato di diritto in Venezuela sono stati erosi e vengono attuati attacchi contro oppositori e difensori dei diritti umani che comprendono minacce, detenzioni arbitrarie, tortura, violenze sessuali, uccisioni e sparizioni“.

I sardi in Venezuela

Ai margini di una situazione esplosiva dove anche solo trovare un pezzo di carne commestibile diventa una missione impossibile, vivono, secondo gli ultimi dati Aire disponibili, oltre 350 sardi residenti. Rappresentano una parte della vastissima comunità di italiani inseriti nella società venezuelana che, dopo anni di crisi economica e sociale, vivono una situazione di precarietà e povertà. Con il Paese sull’orlo della guerra civile, sostiene il Crei Acli, è necessario fare qualcosa per aiutare i sardi immigrati, i nostri connazionali ed il popolo venezuelano. “Stiamo programmando i primi rimpatri di coloro che ci hanno chiesto aiuto direttamente – conferma il presidente del Comitato, Mauro Carta – , rimane attivo il conto corrente dedicato aperto dal Crei per raccogliere contributi da utilizzare per portare aiuti umanitari in Venezuela“. Per donare è sufficiente effettuare un versamento sul conto intestato a “Comitato reg. Acli della Sardegna per l’emergenza in Venezuela”.. IBAN IT 72P0760104800001046531180.Rinnoviamo la richiesta alla Regione – conclude Carta – di impegnarsi i competenti Ministeri per ottenere notizie certe sulla condizione di tutti i nostri conterranei, verificare se esistono situazioni di bisogno o pericoli con la comunità sarda ed eventualmente promuovere ogni iniziativa di solidarietà per aiutare i nostri corregionali“.

Fonte “Claudio Zoccheddu – La Nuova Sardegna”

La crisi della cultura italiana in Turchia

La crisi della cultura italiana in Turchia

La cultura italiana in Turchia ha goduto nel tempo di una posizione di prestigio rispetto a tutte le altre culture che operano nel paese. Attualmente, però, la comunità italiana residente ad Istanbul lamenta problemi riguardanti le scuole italiane e gli Istituti Italiani di Cultura in Turchia ed il conseguente pericolo di perdita della posizione e di immagine dell’Italia nel paese.

Il governo turco, negli ultimi anni, ha stabilito che gli studenti turchi e stranieri residenti nel paese debbano frequentare le scuole dell’obbligo turche. Per garantire un’istruzione conforme a quella del paese d’origine le istituzioni consolari straniere hanno acconsentito al trasferimento di alcune delle scuole entro i confini delle sedi diplomatiche.

I cittadini italiani residenti stabilmente o temporaneamente ad Istanbul hanno accesso all’IMI, Istituti medi italiani, scuole secondarie di I grado (ex scuole medie) e scuole secondarie di II grado (liceo scientifico). L’IMI è una scuola statale italiana riconosciuta dal MIUR, gli studenti che la frequentano acquisiscono un titolo legalmente riconosciuto dallo Stato italiano. Il MIUR cita la Galileo Galilei (Liceo Scientifico), tra le scuole paritarie italiane . Non esiste una scuola elementare statale o paritaria italiana che consenta l’accesso diretto all’IMI. La  Marco Polo è l’unica scuola italiana presente ad Istanbul per i livelli di Scuola dell’Infanzia e Scuola primaria ma, contrariamente all’IMI e alla Galileo Galilei, non è elencata tra le scuole riconosciute dal MIUR e quindi dal sistema di istruzione italiano.

Scuola Marco Polo di Istanbul

Ad ora il governo turco tollera la frequenza della Marco Polo qualora almeno uno dei genitori dello studente sia cittadino italiano o europeo. Non è consentito ad un bambino che sia figlio di due cittadini turchi frequentare la Marco Polo.  Attualmente la Marco Polo è frequentata da 80 bambini italiani, di cui almeno 2 di origine sarda e vi operano 3 insegnanti sardi.

La Marco Polo è situata all’interno dei confini delle sedi diplomatiche italiane. È una scuola gestita da un’associazione turca legalmente registrata in Turchia, perciò sottoposta alla legge turca in base alla quale, per ogni cittadino straniero assunto, l’azienda deve assumere cinque cittadini turchi. La scuola, dunque, per 9 dipendenti dovrebbe assumere altri 45 turchi.

Per il genitore italiano che scelga per i propri ragazzi una formazione i cui programmi si colleghino alla scuola media statale IMI, si pone la criticità di non far assolvere, al proprio figlio, gli obblighi scolastici poiché, attualmente, la Marco Polo è un’azienda privata non elencata nel MIUR il cui titolo non è legalmente riconosciuto e quindi non spendibile in Italia.

Per questa ragione i cittadini italiani, rappresentati dall’Associazione italo-turca – Türk İtalyan Derneǧi, richiedono che la scuola Marco Polo, unica scuola italiana presente ad Istanbul per i livelli di Scuola dell’Infanzia e Scuola primaria, venga riconosciuta dal Ministero come scuola statale o paritaria. Tra i requisiti richiesti nella domanda per il riconoscimento del Miur sarebbe necessario ampliare gli spazi della scuola. I genitori dei bambini che frequentano la scuola si sono già organizzati presentando 3 diversi progetti di ampliamento ma sarebbe necessaria la volontà politica, da parte del corpo diplomatico, di porre in essere il progetto al fine del riconoscimento al MIUR.

Le problematiche poste dal mancato riconoscimento da parte del MIUR non si limitano all’assolvimento dell’obbligo scolastico degli alunni ma riguardano anche la situazione di precarietà degli insegnanti e dei dipendenti della scuola. Essendo la Marco Polo una scuola che fa capo ad un’associazione turca segue la legge turca. Pertanto, per evitare un ingestibile sovradimensionamento del personale, è complicato contrattualizzare i dipendenti.

La mancata contrattualizzazione comporta l’impossibilità ai dipendenti italiani di richiedere il visto per lavoro. Sino ad ora i docenti, pagando, sono riusciti ad ottenere il visto turistico lungo valido per 3 anni. Ultimamente, tuttavia, il governo turco è restio a concedere ai cittadini europei questo genere di visto e non è semplice ottenere un visto se non per coloro che sposano un cittadino turco o sono proprietari d’immobili in Turchia. La situazione di precarietà contrattuale determina un continuo ricambio della classe docente e fa venir meno il diritto alla continuità didattica degli studenti.

Aula magna scuola Marco Polo

La situazione sarebbe diversa se la Marco Polo venisse riconosciuta come scuola statale o paritaria. Agli studenti verrebbe garantita la continuità didattica, la classe docente e gli amministrativi verrebbero selezionati dal ministero e godrebbero di maggiori tutele lavorative, inclusa la possibilità di entrare in Turchia con passaporto diplomatico o con regolare contratto e visto per motivi di lavoro, così come avviene per i docenti dell’IMI.

Alla comunità italiana non interessa la gratuità della scuola Marco Polo  ma il riconoscimento da parte del MIUR al fine di dare la possibilità ai ragazzi di assolvere all’obbligo scolastico e ai dipendenti della scuola di sanare la condizione lavorativa.

I problemi segnalati dalla comunità italiana non riguardano solo le scuole ma anche gli Istituti Italiani di Cultura.

 Già ad Ankara ed ad Izmir gli istituti di cultura, e di conseguenza i corsi di lingua italiana, sono stati chiusi. Izmir è la città nella quale risiede la  maggior parte dei membri della comunità italiana in Turchia (oltre 5000 persone iscritte all’AIRE).

Rimane operativo solo l’Istituto Italiano di cultura di Istanbul, sorto nel 1951, che impiega complessivamente 7 dipendenti.

Le classi della Marco Polo

La l.401/90 sugli IIC stabilisce che uno dei principali obbiettivi di questi istituti sia la promozione all’estero della lingua e della cultura italiana.Sino al 2018 l’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, si occupava della promozione della lingua italiana tramite dei corsi ai quali erano iscritti in media 800-900 studenti ogni trimestre. La quota di iscrizione ad ogni livello di corso è pari a 150 euro; i corsi di lingua, dunque, costituivano la maggiore fonte di finanziamento per l’attività dell’Istituto. Per l’anno 2018/19 i corsi sono stati chiusi senza che questa decisione venisse giustificata. I docenti dei corsi, cittadini italiani e sardi che hanno collaborato con l’istituto per oltre 10 anni, sono stati licenziati e non è stato loro corrisposto il TFR come previsto da contratto. Lo stipendio veniva corrisposto in lire turche e non in euro.

Gli insegnanti non risultano essere dipendenti dell’Istituto ma assunti tramite appalto da una società turca perciò il contratto segue la legge turca. Il Consolato, nel contratto, si è impegnato ad onorare i pagamenti da corrispondere agli insegnanti qualora l’associazione turca appaltatrice, destinataria di una risibile percentuale degli introiti derivanti dai corsi, non fosse in grado di onorare i debiti con gli insegnanti (TFR, contributi).

Facciata della Marco Polo

 

 

Gli insegnanti, prima di far causa al Consolato, hanno chiesto una conciliazione ma gli avvocati della controparte non si sono presentati. I 5 insegnanti, perciò, intraprenderanno a malincuore la causa contro il Consolato in difesa dei propri diritti anche se questo crea loro rammarico per il danno d’immagine che potrebbe derivare agli istituti diplomatici e allo Stato italiano qualora la questione venisse divulgata dalla stampa turca.

I lavoratori coinvolti in questa vertenza chiedono ai nostri rappresentanti in Parlamento di indagare presso l’addetto culturale del Consolato sulle motivazioni che hanno portato alla chiusura dei corsi. Prima che il caso divenga di dominio pubblico, sperano che si giunga a mediazione finalizzata al raggiungimento di una soluzione di buonsenso che preveda l’ottemperamento degli impegni presi dalle sedi diplomatiche.

 

Michaela Nioi

 

I giovani emigrati italiani e la “Carta del Seminario di Palermo”

I giovani emigrati italiani e la “Carta del Seminario di Palermo”

Dal quotidiano “La Stampa” del 29 aprile 2019, riportiamo interessante articolo di Fabio Albanese sul Seminario dei giovani emigrati italiani tenutosi Palermo.

La Carica dei giovani emigrati italiani “Facciamo rete tra le comunità all’estero”

Vogliamo impegnarci per accorciare le distanze tra gli italiani fuori dall’Italia e le istituzioni, con azioni concrete e con l’obiettivo di rendere protagonisti tutti i giovani”, è scritto nella “Carta del Seminario di Palermo”.
Chi l’ha preparata e ora l’ha riposta nel trolley verso casa, è un gruppo di 115 ragazzi under 35, emigrati italiani partiti da pochi anni o di seconda e terza generazione, che per quattro giorni a Palermo ha animato un incontro che assomiglia tanto a una “chiamata alle armi” per affermare la propria italianità, nei Paesi di residenza come pure in quello di origine della famiglia.
A mettere assieme le idee e le esperienze di questi giovani – il 40% tra i “nuovi” emigrati, i “cervelli in fuga”, e il 60% tra gli italiani nati fuori dal Paese – è stato il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) con i 107 Comitati degli italiani all’estero (Comites) e le Consulte regionali per l’emigrazione, dopo un lavoro durato tre anni. “Dovevamo far sentire questi giovani parte del soft power dell’Italia – dice Maria Chiara Prodi che è tra gli organizzatori del Seminario per conto del Cgie – e loro hanno colto questa sfida politica, con competenze tecniche e professionali ma anche con il cuore”.

Comune di Palermo e Regione Sicilia hanno contribuito alla realizzazione del Seminario per il quale non c’erano soldi dallo Stato ma quasi solo autofinanziamento. La “Carta” scritta alla fine del percorso è una sorta di impegno solenne a “fare rete” per rafforzare i legami nelle comunità di italiani all’estero, per chiedere attenzione all’Italia verso i loro problemi ma anche per dare un contributo al rafforzamento di ruolo e immagine dell’Italia nel mondo: “Fino a una generazione fa le comunità di italiani all’estero stavano morendo – dice Letizia Airos, giornalista che vive a New York che è stata la relatrice del Seminario – questo incontro, che ha un solo precedente di una decina di anni fa, risveglia queste comunità”.
Molti dei 115 intendono ora candidarsi ai Comites, alcuni ne fanno già parte, tutti si sentono investiti di una missione: “Hanno già elaborato una dozzina di progetti – racconta Prodi – dal turismo di ritorno al network di italiani all’estero, da come mettere insieme vecchia e nuova emigrazione alla Carta dei principi del cittadino mobile. Altri arriveranno nei prossimi mesi”. Le idee diventeranno presto realizzazioni. Sono stati fissati nuovi incontri e entro luglio i progetti saranno “cantierabili”.
I 115, tutti talenti nelle loro attività professionali, vogliono sentirsi italiani anche a migliaia di chilometri di distanza. A Palermo, nella Sicilia che conosce tutte le sfumature delle parole “emigrazione” e “immigrazione”, hanno trovato il modo di mettere in pratica il vecchio detto “l’unione fa la forza”.


Le testimonianze


RUGGERO ROMANO, REGISTA
Un gruppo di artisti per raccontare il paese”     

“Durante queste giornate abbiamo potuto fare ricerche insieme, stilare una lista di progetti veri. Io sto già lavorando a una rete di artisti che creino eventi e portino l’italianità nel mondo”. Ruggero Romano ha 28 anni e vive a Toronto dal 2016.
 Il papà arriva da Napoli ma lui è originario di Torino, dove ha studiato fino alle Superiori: “Poi ho tentato il grande salto – racconta – sono volato a Vancouver per frequentare il corso di cinematografia per un anno. Quindi ho cominciato a lavorare al mio primo documentario, che racconta degli ultimi che vivono qui, i senzatetto, i poveri, i tossicodipendenti. Nel frattempo, lavavo piatti, facevo caffè, vendevo scarpe. Alla presentazione, il film ha avuto un grande successo e questo ovviamente ti fa tanto piacere e ti spinge ad andare avanti”.
Per Ruggero il seminario di Palermo ha dato “una carica emotiva spettacolare” ai partecipanti, tutti “anime pulite”, dice. “Abbiamo creato un network di persone che ci hanno messo le mani e la faccia, disposte a dedicare tempo e competenze per promuovere il nostro modo di essere, noi stessi, nei luoghi dove viviamo. Penso anzitutto all’ambito delle arti e credo che questo sia la maniera più efficace per condividere l’essenza. Penso proprio che sia così che noi oltrepassiamo muri, barriere, e portiamo nel mondo la sostanza del nostro essere italiani”.

 

ANTONELLA LEVY SFORZA, STUDENTESSA
Vogliamo trasparenza e finanziamenti culturali”   

In italia ci era venuta altre due volte, sempre per studio. Ora ci passerà un intero anno, con un assegno di ricerca all’Università di Chieti. Per Antonella Levy Sforza, 28 anni, italiana del Paraguay, lavorare nel paese della sua famiglia di origine, e ad appena qualche chilometro di distanza dal minuscolo paese di Schiavi d’Abruzzo dove erano nati i sui nonni materni, è quasi un sogno che si avvera: “Io mi sento italiana, la domenica la famiglia si riunisce alla stessa tavola, e parlo di trenta persone, cosa che mi risulta ormai in Italia fanno in pochi. Ma l’Italia dal Paraguay, dove siamo solo il 5% della popolazione, è davvero lontana”.
L’esperienza del Seminario di Palermo l’ha caricata: “Per noi in America latina, avere legami con le istituzioni italiane, anche quelle locali, è difficile. Lo è perfino avere notizie, non c’è nemmeno una pagina web. Avere la possibilità di incidere con cambiamenti positivi nella nostra condizione di italiani di seconda  e terza generazione, mi esalta”. Antonella ha un chiodo fisso, la trasparenza: “Come si fa a votare con schede che non arrivano a casa ma in ambasciata, dove un malintenzionato potrebbe anche modificare il voto o far sparire la scheda? Sappiamo che l’Italia fa tanto per noi che siamo lontani ma, per esempio, ci piacerebbe sapere quanto si spende per la cultura. Ci vogliono bilanci trasparenti. Anche su questo contiamo di lavorare”.

 

MICHELA DI MARCO, ACCOGLIENZA ACLI
Più rappresentanza per chi vive lontano”   

“A Palermo si è creato un gruppo perché ci siamo ritrovati nell’unica comune identità possibile, quella di essere italiani all’estero, con la voglia di mettersi al servizio dell’Italia e non soltanto nei nostri Paesi di residenza”. Michela di Marco ha 31 anni ed è originaria di Montecorvino Rovella, un paese della provincia di Salerno.
Da otto anni vive a Toronto dove è anche presidente del Comiter locale. Lavora per le Acli e per una organizzazione no profit che offre servizi di accoglienza a chiunque arrivi in Canada, dai rifugiati agli emigrati economici. “Dopo gli studi mi sono trasferita qui con un visto vacanza-lavoro – racconta – poi ho fatto un master universitario in Scienze politiche e da lì è cominciata la mia carriera all’estero”.
Al Seminario di Palermo è toccato a lei leggere la “Carta”, a fine lavori: “Credo che spetti a noi giovani adesso occupare le posizioni negli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. Certo, con l’aiuto delle generazioni passate, ma occorre un cambio di passo, e dare voce a chi può fare sentire i bisogni di chi vive lontano dal proprio Paese. Ho parlato con le prime generazioni di  migranti e ho capito che i bisogni sono gli stessi, e partono sempre dalla necessità che in Italia si abbia un maggiore riconoscimento del ruolo dei connazionali che vivono in un altro paese”.


Fonte “Fabio Albanese – La Stampa -“

 

 

       

Manchester: 62enne sardo lasciato morire di fame

Manchester: 62enne sardo lasciato morire di fame

Dal quotidiano “L’Unione Sarda” del 31 marzo 2019, riportiamo l’articolo di V.F. su una triste vicenda che risale al 2016 ma rivelata dai quotidiani inglesi solo qualche giorno fa.

Era caduto e aveva battuto la testa. Per questo Giuseppe “Joe” Ulleri era stato ricoverato al Manchester Royal Infirmary. Ma qui, in questo ospedale, Joe è morto perché per quasi venti giorni non sarebbe stato alimentato dal personale sanitario. L’episodio risale al 20 marzo 2016 ed è tornato d’attualità grazie all’inchiesta aperta dal coroner di Manchester su sollecitazione della famiglia e ora finita su diversi quotidiani d’Oltremanica e davanti alla giuria in un processo. Ulleri, affetto da  sindrome di down, aveva 62 anni ed era figlio di una coppia di emigrati sardi trasferitasi nel Lancashire subito dopo la seconda guerra mondiale.

Il dolore del fratello

Giovanni Ulleri, fratello di Joe, ha raccontato il suo dolore davanti ai giurati: “È morto nella maniera più orrenda. Mio padre Pietro se n’è andato poche settimane dopo perché non ha retto a questa tragedia. Joe era un uomo buono che sapeva farsi benvolere“. La giuria ha concluso che  il paziente è “deceduto per gravi mancanze nella cura generale“. Una vera e propria accusa.

Le cause della tragedia

Tecnicamente, Joe è morto per polmonite da aspirazione ed embolia polmonare. Cioè, il cibo con cui veniva alimentato è finito nei polmoni determinando una grave infezione. La conferma alle tesi accusatorie è arrivata da un consulente del coroner che ai giurati ha spiegato nei dettagli cosa è accaduto in quei drammatici giorni di ricovero. L’uomo, che aveva ovvi problemi di comunicazione, è stato alimentato attraverso delle cannule, prima inserire nell’esofago e poi direttamente nello stomaco, in posizione supina. Ovvero proprio la posizione controindicata.

Segnali di incuria

I dottori che lo hanno preso in cura, tra l’altro, pare non si sonoo resi conto dell’entità delle sue ferite, tanto da dimetterlo alcuni giorni più tardi, nonostante avesse il polso ed il femore fratturati e delle gravi lesioni alle vertebre del collo. Ma lo staff interessato dell’Arche lo aveva subito riportato in ospedale il giorno seguente. La corte ha annotato che Joe aveva subito una vistosa perdita di peso, proprio perché non nutrito per tanti giorni. Al ricovero pesava 56 chili, alla morte 44. La mancanza di alimentazione ha aumentato il suo rischio di infezione.


Il monito

I fratelli di Joe, Giovanni e Peter, nell’udienza hanno detto: “Speriamo che la storia di Joe possa servire da monito affinché venga cambiato il modo di curare e assistere le persone che hanno difficoltà nel comunicare il loro stato. La sua morte prematura è il fallimento dell’aMri, che avrebbe dovuto prendersi cura di lui”. Una dirigente dell’ospedale ha ammesso davanti alla corte: “Le cure fornite a Joe sono scese ben al di sotto dei nostri standard e per questo ci scusiamo sinceramente”. Joe Ulleri era nato a Bolton, ma era cresciuto a Manchester. Nell’ultimo periodo, viveva in una struttura assistita, l’Arche di Withington. Sino alla caduta nel febbraio di tre anni fa che ha dato il via a una serie di eventi sfortunati interrotti solo dalla sua morte.

Fonte V.F. – L’Unione Sarda

 

 

L’Sos dei sardi in Venezuela

L’Sos dei sardi in Venezuela

Dal quotidiano “La Nuova Sardegna” di oggi 01 febbraio 2019, riportiamo l’interessante articolo di Claudio Zoccheddu sulla situazione dei sardi residenti in Venezuela, in seguito all’Sos lanciato dal CREI Sardegna.

L’appello degli emigrati sardi: “Non si trovano medicine e cibo”

Un paese in ginocchio dove il conto più salato viene pagato dai cittadini, tra cui tantissimi immigrati costretti a convivere con la fame e con tutte le difficoltà che stanno trasformando il Venezuela in una terra dove le certezze durano un attimo e le incertezze non hanno la data di scadenza.
In mezzo a d una situazione che definire complicata non è altro che un eufemismo ci sono anche 350 sardi, tra cui emigrati arrivati in Sud America subito dopo la seconda guerra mondiale e quelli che invece hanno cercato la fortuna in tempi più recenti.

Isabel Carbajal è una delle centinaia di emigrate che hanno le radici in Sardegna, nonostante le generalità possano sembrare prettamente autoctone. Isabel, infatti, è italiana e nella sua vita la Sardegna ha avuto un ruolo fondamentale: “Mia madre è nata a Palermo ma poi si è trasferita in Sardegna, a Samassi, prima di partire in Venezuela insieme alla sua famiglia – spiega Isabel che adesso vive in Sardegna dopo essere riuscita ad abbandonare il Venezuela qualche anno fa. I suoi parenti, tra cui altri sardo-venezuelani, non hanno avuto la sua fortuna: “Mio cugino è ancora in Venezuela. Ha la doppia cittadinanza perché il padre era di Sestu e grazie a questo è riuscito a far arrivare il figlio in Sardegna, dove ha ottenuto il permesso di soggiorno come figlio di italiano”.
Le notizie che arrivano dal padre in Venezuela, però, sono tutt’altro che rassicuranti: “Stiamo parlando di un paese in cui è difficile trovare da mangiare, dove la moneta non vale nulla ma, anche avendo la disponibilità economica, non è comunque possibile trovare cibo perché non se ne trova, i supermercati sono vuoti. Lui mi dice che mangia carne una volta al mese, se va bene. Per questo è costretto ad arrangiarsi come fanno tante persone che pur dimettere qualcosa sotto i denti sono costrette a rovistare nella spazzatura. Poi c’è la situazione di tanti emigrati, anche sardi, che sono costretti a tirare avanti con una pensione. Io vi dico che è impossibile e quindi la situazione sarà complicatissima”.

Se trovare il cibo è un’impresa, raccattare medicinali è praticamente impossibile anche per gli anziani: “Proprio cosi, lo dimostra anche la mia storia. Noi siamo andati via dal Venezuela quando ci siamo accorti che la situazione stava precipitando– spiega Isabel- Chavez stava per lasciare il paese in mano a Maduro e noi abbiamo fatto le valigie per ritornare in Sardegna. I nostri parenti, invece, sono rimasti. Avevano la casa, il lavoro, i figli che andavano a scuola. Purtroppo non hanno avuto fortuna”.
Il racconto di Isabel spiega alla perfezione il male di cui soffre il Venezuela: “Quando si è ammalata mia sorella è stata visitata in ospedale e rimandata a casa dicendo che non aveva nulla. Quando siamo riusciti a farla arrivare in Sardegna i medici hanno scoperto un enorme carcinoma all’utero, purtroppo già in metastasi. I medici sardi ci hanno chiesto come fosse possibile che in Venezuela non se ne fosse accorto nessuno, dato che la diagnosi era evidente. Ma la realtà è che se ti ammali in Venezuela e non hai soldi, sei morto”.

Isabel, ha anche una cugina, che fa il medico: “Ma si è ammalata e ad agosto del 2018 gli abbiamo mandato 800 euro. Sono stati inutili perché non ci sono medicine e purtroppo è morta. In Venezuela si  muore di diabete ma anche di pressione alta. Racconto una storia: in un reparto di ostetrica in un ospedale di Caracas sono morti 15 neonati di influenza. Sembra assurdo, vero? Invece è cronaca”. Scappare dall’inferno del Venezuela è un desiderio difficile da realizzare. Chi ci riesce, però, spesso è solo a metà dell’opera. “ I miei parenti non hanno trovato lavoro in Sardegna– conclude Isabel- vivono in 7 con una pensione minima. Non è facile, speriamo che qualcuno ci possa aiutare”.

Fonte “Claudio Zoccheddu –La Nuova Sardegna-“